Le “generazioni invisibili” a caccia di vecchi fantasmi nelle segreterie dei partiti

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Stentano a salire sulle plance di comando dei principali soggetti politici. In Parlamento sono appena il 12%.

Le “generazioni invisibili” a caccia di vecchi fantasmi nelle segreterie dei partitiPerché i giovani non possono diventare classe dirigente ed assumere quelle responsabilità che in altri paesi i coetanei hanno? La questione non può passare inosservata. Sono ormai tantissimi i giovani tra i 30 e i 40 anni che sono alla finestra approfittando del momento buono per salire sulla plancia di comando.
Una generazione invisibile, cresciuta all’ombra di politici e manager che da svariati anni sono alla guida di soggetti politici e società pubbliche e che ancora oggi stentano ad emergere. Spetta all’ Italia d’altronde il primato negativo, in tutti i settori, della sclerosi nei processi di ricambio e di scorrimento della dirigenza. Perché accade ancora oggi questo nel belpaese? Perché se ne parla solo adesso in prospettiva delle prossime elezioni politiche? Retorica giovanilistica, lotta fra le generazioni o altro. Sono davvero tanti i post baby boomers che vorrebbero dare un contributo alla ricostruzione dell’Italia, ma che non possono a causa di un “sistema vecchio e mal ato”, dove la classe dirigente attuale ha esercitato il potere senza occuparsi di figli e nipoti, e dove l’età media dei docenti universitari è di 57 anni e quella dei ricercatori di 47. Oggi sono diventati anche un bel target elettorale, e se ne sono accorte anche le trasmissioni televisive più attente che in questa fase di pre-campagna elettorale invitano spesso il giovane di turno, utilizzato per fare share.
C’è chi come Daniele Capezzone, 33enne segretario dei radicali Italiani si ritiene privilegiato oggi che è diventato anche uno dei leader della Rosa nel pugno: “A me hanno dato spazio, ma sono un’eccezione”, ha dichiarato nei giorni scorsi dalle colonne della Stampa o chi invece rimpiange il non aver avuto esperienze concrete professionali, ma solo esser parte di quel campione statistico di lavoro atipico e precario che costituisce la “generazione degli eterni praticanti”.
Una generazione dirigente più giovane è però anche un modo nuovo di guardare alla realtà dell’ Italia, e potrebbe essere una nuova scommessa per il futuro. Lo pensano in primis alcuni giovani vicini ai Ds che ritengono sia arrivato il momento di mettere più futuro nel motore del Paese, in modo programmatico facendo di questa una azione programmatica di Governo. Per questo hanno costituito una vera e propria lobby dei giovani under 40 per contribuire al programma dell’Unione attraverso l’associazione “L’Italia ce la fara” e discutere così della necessità di politica sovrastatale per realizzare una globalizzazione equa e per affermare l’interesse nazionale del mondo interdipendente del XXI secolo. L’attenzione sulle politiche di sviluppo territoriale e sul Mezzogiorno, sul crescente dualismo nel nostro paese ad un secolo e mezzo dall’unificazione e un ciclo completo di Nuova programmazione. “Siamo convinti – secondo l’ex leader degli universitari diessini Stefano Fassina, oggi direttore dell’associazione Nens – che l’Italia ce la farà se il Sud ce la farà”. Fassina ha tenuto anche a ribadire che ”rinnovamento della classe dirigente non è automaticamente uguale al fatto anagrafico, e cioè giovani non vuol dire essere migliori”. In piena sintonia con il responsabile del programma dei Ds Pierluigi Bersani che ha anticipato una sorta di slogan che sintetizza le proposte programmatiche del suo partito: ”Bisogna mettere più futuro nel motore del Paese”. Le vere battaglie questo gruppo capitanato da alcuni parlamentari e dirigenti politici della Quercia si consumerà nella composizione delle liste alle prossime elezioni politiche, la composizione dei nuovi gruppi parlamentari, fino al prossimo congresso dei Ds in programma nel 2007.

Negli altri partiti la situazione non è poi così dissimile. In Forza Italia il 33enne Angelino Alfano è diventato solo da poco capo del partito in Sicilia, dopo essersi fatto notare attraverso l’Associazione 30 che riunisce i giovani amministratori locali. Insieme a lui la pupilla di Berlusconi Beatrice Lorenzin che ha preso il posto del membro del parlamento europeo Antonio Tajani, e, ad appena 33anni guida il partito regionale nel Lazio, di cui fa parte il coordinatore nazionale dei Giovani di Forza Italia Simone Baldelli che ha recentemente sostenuto già in clima elettorale come “per tutta questa legislatura i giovani Ds se ne sono colpevolmente infischiati, schierandosi contro riforme importanti per il futuro delle nuove generazioni, come quelle del lavoro, della scuola o delle pensioni e solo adesso, in questi ultimi mesi, nella vana illusione di vincere le elezioni”, così come le proposte elettorali di dar vita ad un dicastero per i giovani.
Ma la questione generazionale fa riflettere ancora di più se si analizzano i dati di una ricerca di Vision, il think tank milanese, secondo cui mille giovani emigrati dall’Italia da soli producono la metà delle pubblicazioni scientifiche che assicurono al nostro paese il settimo posto nella prestigiosa classifica del Science Citation Index. 1274 ricercatori italiani all’estero in sostanza pubblicano il 50% della nostra produzione censita, quando in Italia abbiamo ben 52.000 ricercatori che producono la metà delle stesse pubblicazioni. Nonostante ciò questi ragazzi non riescono a lavorare in Italia.
Nella ricerca “La rivolta della generazione X” emerge come i dati del declino italiani sono scritti nell’invecchiamento della società, e nella convinzione del nostro paese di poter fare a meno dell’innovazione. I deputati under 40 sono solo il 12%, pur rappresentando il 57% della popolazione italiana, mentre l’età media degli opinion makers e degli editorialisti è di “appena” 68 anni. Ma l’Italia preferisce davvero far crescere la continuità e non rischiare sul cambiamento e su nuove idee?

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