Aspettando Shantaram

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Peter Weir si racconta in un’intervista esclusivaSandra Salvato

Aspettando ShantaramNon importava scomodare l’Australia per trovare il nome emblema di un certo modo di far cinema, eppure noi lo abbiamo fatto. Il perché è nella scelta del tempo narrativo, sempre così libero di adattarsi al presente e di intonarne parossismi mediatici (Truman Show), perenni conflitti (Gli anni spezzati), solitudini (L’attimo fuggente), classismi di ieri (Picnic ad Hanging Rock) e di oggi. Peter Weir, regista per “casuale” vocazione, è la transavanguardia della settima arte, è il ritorno al figurativo attraverso il carico di sguardi e di identità che, parafrasando l’attuale società, denunciano un malessere senza tuttavia averne l’antidoto. Tanto d’effetto quanto ambiguo (pagheremmo per sapere che fine hanno fatto le allieve del collegio ad Hanging, o come gli andrà a Truman J.Carrey fuori dal set natale…). Weir invita perciò a considerare più di una soluzione, basta che il giudizio si liberi delle solite premesse e che l’attenzione sfondi l’apparenza delle cose.
C’è di più. Il carrierometro di Weir è come la discografia dei Beatles, viaggia ad alti livelli per il semplice fatto che anche quando un spettatore non avesse visto tutti i suoi film saprebbe comunque che li ha girati lui. Non ci stupisce quindi che l’attesa per il suo ultimo lavoro sia già un titolo in appendice nel Morandini o nel Mereghetti e che la fama lo anticipi sul set. Lì, nella Bombay di fine anni ’70, Johnny Depp veste i panni meno picari ma altrettanto avventurosi di un ex attivista politico reclutato dalla mafia locale. Stessi giri alla Donnie Brasco, eroinomane di ritorno dai deliri gilliameschi di Raoul Duke, l’attore feticcio di Burton sarà il protagonista di Shantaram, adattamento del romanzo autobiografico di Gregory David Roberts e la cui sceneggiatura porta le firme di Weir ed Eric Roth. Proprio mentre ricevevamo la notizia divenivamo depositari anche di una confidenza ad personam: la migliore sceneggiatura della sua vita (diventerà mai un film?) è l’esperienza vissuta per il suo 21° compleanno nella città di Firenze. Noi, che già ci siamo ma ci saremmo corsi lo stesso per ricostruirne le tappe, ve la raccontiamo nella prima parte di questa intervista.

Peter Weir
Mi ricorderò sempre di quando ho compiuto 21 a Firenze, è stata una notte indimenticabile. Dormivo in un ostello, era la villa di un’amante di Mussolini, un luogo molto esotico. Pensare di compiere 21 anni in questo posto è davvero unico.
Mi sentivo pieno di vita, nel pieno della bellezza che porta il conoscere persone che non si conoscono per la prima volta.

L’elemento misterioso che caratterizza i suoi films si manifesta sempre in spazi aperti, si tratta di una scelta stilistica consapevole?
Cerco di arrivare al film completamente denudato del mio bagaglio, del mio retroterra. Lo stile è semplicemente uno strumento, non un fine di per sé. Ogni volta che giro sono pieno di stupore, di meraviglia, non do niente per scontato. E’ anche vero però che il film porta le mie impronte digitali e voi critici siete come poliziotti che le andate cercando sul luogo del crimine. La verità è che alcuni registi sono diventati prigionieri del proprio stile e questo è un ostacolo molto forte per la riuscita di un buon film.

Picnic ad Hanging Rock, L’ultima onda, si riallacciano in un certo senso al più recente Truman Show per quel fattore fantastico che ne suggerisce il genere. Che senso del fantastico ha?
Concordo con questa associazione tra i primi film e The Truman show, è anche vero però che si porta in un film una parte del proprio gusto e del proprio senso di rappresentazione. Devo dire per esempio che un film che mi è piaciuto molto ed è un terreno su cui mi piacerebbe muovermi è Il sesto senso. E’ come essere un po’ degli esploratori che indagano sul proprio territorio interiore e capita a volte di andare in una direzione oppure in un’altra. Non cercherei etichette, piuttosto mi lascerei guidare dall’istinto. Truman esplora uno spazio ulteriore, quello creato dai media, la falsificazione del reale, L’ultima onda propone invece un confronto con una cultura “altra”, quella aborigena in questo caso. In Picnic ad Hanging Rock la società ha stipulato un accordo su ciò che deve essere la realtà e il film parla della crepa che si apre all’interno di questo accordo e di tutto quello che ne scaturisce. Nel ’75, quando è stato girato il film c’era un solo modo per interpretare la realtà e il suo contrario, vent’anni dopo questo tipo di convenzione su come leggere il mondo reale non esiste più e, per tornare a Truman, lui sta cercando la sua verità.

Questa attrazione per il fantastico è rifiuto del reale o è la costruzione di una realtà migliore? Le ragazze di Picnic vanno in sostanza a star meglio…?
Abbiamo bisogno di entrambi i mondi, la vita è un business molto ambiguo. In effetti una delle critiche che mi vengono mosse più spesso negli Stati uniti che i finali dei miei film sono sempre troppo ambigui… che è successo a Picnic? Ad esempio. Un distributore che era nella fase di accordo per distribuirlo negli Usa e ha tirato una tazza di caffè contro lo schermo perché non si sa come finisce, così in Truman etc…Il messaggio è che questo è un mondo in cui i problemi si risolvono, l’uomo viene mandato sulla luna!

Il fantastico è uno strumento per lei di riscrittura del cinema d’autore?
E’ una cosa che mi piace moltissimo, che apprezzo tantissimo, quando un regista mi considera uno spettatore cui viene dato il permesso di entrare nel film con una chiave di lettura diversa, il cinema che odio di più è quello didattico educativo.

Quanto si dente debitore verso la cultura aborigena tanto rappresentata nei suoi primi lavori?
Noi non siamo più gli invasori inglesi che sono arrivati dal continente, siamo degli europei sradicati, cosi come gli aborigeni che sono stati detribalizzati nel tempo, ed ora abbiamo molte più cose in comune di quanto non si legga nella stampa.

Voi cineasti australiani siete considerati degli outsider, un po’ diversi da tutti, è vero secondo lei?
Devo dire che mi sento come un soldato al fronte in prima linea che cerca la sopravvivenza da un punto di vista creativo e artistico. Mi manca perciò una prospettiva più ampia per commentare questo tipo di affermazione sul cinema australiano.

In Fearless – Senza Paura, lei ha saputo raccontare magistralmente l’aleatorietà del destino. Ha forse potuto conoscere dei reali sopravvissuti?
In effetti ho parlato con sei sopravvissuti e tutti mi hanno detto che il momento dell’impatto è un momento di totale irrealtà e questo mi ha dato la libertà per interpretare la vicenda, come se solo l’arte potesse arrivare a spiegare l’irreale.

I registi che l’hanno emozionato particolarmente?
E’ un elenco molto molto lungo che varia da un punto all’altro. In Italia sicuramenteAntonioni e Fellini, poi più tardi nello studio del cinema De Sica, Pudovkin più di Ejzenstejn, ma soprattutto Chaplin che è stato un grande maestro. In effetti per fare il cinema prima bisogna vedere il cinema muto.

Lei ha lavorato molto in America, c’è un motivo particolare che la lega a questo territorio?
Sono arrivato negli Usa quasi per caso. Il primo film che ho girato lì è stato Witness- Il Testimone, avevo voglia di trovare qualcosa di nuovo, ero stanco dell’Australia. Adesso che vivo a Sidney, se trovassi un soggetto australiano, girerei lì sicuramente. In qualche modo seguo la storia, dove mi porta il film.

Il cinema d’autore ha generalmente vita breve nel circuito distribuivo, almeno in Italia. Quale tipo di cinema sopravviverà secondo lei nel terzo millennio?
Beh, è sicuramente è un periodo di grande incertezza non solo nel campo del cinema ma in tutti gli aspetti della vita, il numero degli spettatori sta crescendo e con loro l’entusiasmo ma è molto più difficile arrivare a raggiungerlo, vogliono dei film che siano ricchi sul piano delle emozioni e al contempo siano prodotti di marca. Ci sono prodotti, come al supermercato, su cui c’è molta pubblicità, altri senza etichetta, ed è importante mandare il pubblico a vedere questi prodotti poco pubblicizzati. Per un certo periodo la Miramax ha cercato di indirizzare il pubblico verso questi prodotti con un certo successo (n.d.r.quella che ha lanciato Benigni), la sfida rimane il marketing, la commercializzazione, comunque bisogna avere film di buona qualità.

Cosa consiglierebbe a chi vuole seguire la sua strada? Cosa dovrebbero insegnare le Università e le Scuole di Cinema?
Penso che non si possano dare tanti consigli, le cose sui dovrebbero incentrarsi le Scuole sono la recitazione e la scrittura, persino i registi dovrebbero imparare a farlo.

Cosa sono per lei le coincidenze, cosa significa il caso?
L’ultima onda ad esempio è stato attivato da un coincidenza inaspettata o fantastica. Ero in Tunisia in vacanza e sono stato colpito da un’autentica ossessione per i resti romani. Stavamo andando verso il sito archeologico e ci siamo fermati per sgranchirci le gambe. Dopo cena si vedeva da lontano un contadino e nel tornare indietro ho avuto la sensazione che da lì a poco avrei rinvenuto una statua romana. Mi dirigevo verso la macchina raccogliendo pietre, poi ho visto una pietra con tre linee verticali e l’ho tirata su, c’era attaccata una testa. Devo confessare che ho contrabbandato questa testa fuori dal paese. Cosa succederebbe quindi se ad un avvocato abituato a vivere in un mondo dove vige la razionalità succedesse una cosa così’?…Ecco il film.

Se non avesse fatto il regista?
Sarei stato un compositore, la musica per me è il punto dominante dell’arte.

Come la utilizza nei suoi film?
Mi piace la musica classica, africana, rock ‘n roll, ma non vorrei che diventi sistematico, prevedibile. In privato, durante la lavorazione del film si, l’ascolto sempre, per interrompere le voci, in modo che le altre cosi non verbali salgano nella mente e arrivino all’anima.

In “Un anno vissuto pericolosamente” temi drammatici si accompagnano ad altri ben più banali, perché questa scelta?
Il tema principale del film era l’amore, mentre l’aspetto secondario era la vicenda politica, però l’amore romantico è solo una sfaccettatura del tema , che ha molti più aspetti. Per esempio senza l’amore non puoi essere un buon giornalista, un buon politico. Conosciamo tutti degli attivisti politici senza cuore, ecco perché abbiamo bisogno degli artisti.

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