La gang dei suicidi

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Lo scaffaleRedazione InsiderNews

La <em>gang</em> dei suicidi” src=”/wp-content/uploads/sca001a-300×250.jpg” width=”300″ height=”250″ “/><strong><em>Non buttiamoci giù</em>, Nick Hornby, Edizioni Guanda, 2005, pp. 293, €15,50.</strong><br /><em>Non buttiamoci giù</em> è l’ultimo libro di Nick Hornby – l’autore di <em>Alta Fedeltà</em> – ed è una comunicazione di servizio irresistibile per la maggioranza di chi l’ha scelto in libreria quest’estate. La storia sembra immediatamente una sfida all’inventiva letteraria: quattro persone diversissimi  s’incontrano, non in una palestra o on line o in un pub, ma sul tetto della Casa dei Suicidi, la notte – ideale per suicidarsi – di Capodanno, e decidono di non buttarsi giù e prorogare il suicidio al giorno di San Valentino – ideale bis per suicidarsi. Quattro suicidi sui generis: Martin, un ex conduttore televisivo che ha perso moglie e onore andando in galera per essere stato a letto con una quindicenne che somiglia ad una diciottenne; Maureen, una donna di mezza età che vive con e per il figlio disabile nella solitudine più grigia e bacchettona; Je <span id= ss, un’adolescente di buona famiglia scurrile e molesta; J.J., un musicista americano smilzo abbandonato da band e donna che “va in giro per Londra Nord la sera dell’Ultimo per lo stipendio minimo” (p. 37).
Humour inglese, abbastanza cinismo e un po’ di tenerezza per certe riflessioni buttate giù nude e crude e perciò reali come l’acqua calda che non sorprende ma riscalda. I quattro diventano una gang, intrecciando le loro vite disperate che poi non sono più disperate delle vite degli altri personaggi che incontrano. Il vero suicida c’è, ma non è uno dei quattro che si capisce subito che non si ammazzeranno mai.
Morale un po’ spicciola, ma mai didascalica e comunque fresca, buttata giù con le riflessioni degli improbabili suicidi che, in rigoroso ordine, parlano o pensano a voce alta, ognuno seguendo la visione del proprio piccolo mondo e qualche volta coinvolgendo in prima persona il lettore. La lettura è per lo più veloce e lo stile, pulito e crudo: anglosassone. 293 pagine che, alla fine, pesano un po’ perché il finale arriva come un’alba che non c’entra con la nottata, e sembra inventarsi da sé, offuscando l’idea, brillante, del titolo.
Lilli Esposito

Nick Hornby (Londra 1957) ex insegnante, dedito appieno alla scrittura. Ha scritto: Febbre a ’90, Alta Fedeltà – da cui è tratto l’omonimo film per la regia di Stephen Frears – Un ragazzo; Come diventare buoni, Trentuno canzoni, tutti editi in Italia da Guanda.

foto libroStorie di uno scemo di guerra, Ascanio Celestini, Einaudi, €11,50.
Storia di uno scemo di guerra è una storia che Ascanio Celestini racconta in teatro, per la prima volta alla Biennale di Venezia lo scorso anno, e poi in questo libro. È la storia che suo padre gli ha raccontato per trent’anni e che lui ci racconta. È una storia di guerra e favola perché è una storia vera del bombardamento di San Lorenzo e della liberazione di Roma, vissuta dal padre di Ascanio quando era un ragazzino, ed è la favola del bombardamento di San Lorenzo e della liberazione di Roma, raccontata ad Ascanio da quando era un ragazzino. Il 4 giugno del 1944 Giulio e Nino (il nonno e il padre) attraversano Roma per fare ritorno a casa, con un cartoccio di fegato e un uovo. Hanno in testa il progetto grandioso di realizzare “la società del maiale” e non sanno ancora che la guerra è finita; ci sono soldati nuovi per le strade, americani o forse ancora tedeschi. L’uomo e il ragazzino vedono in mezzo alle case diroccate una cipolla – “il fegato con la cipolla e ‘a manna de Dio” – e Nino rischia di morire per raccoglierla, ma a quel tempo era cosa normale. Era la vita che si faceva in quell’epoca, sotto i bombardamenti. La vita da ragazzini. Storia di uno scemo di guerra sono tante storie o tante favole: la società del maiale, il barbiere dalle mani belle, il ragazzino paraculo, la mosca parlante, le mosche, felici, nonostante la guerra e soprattutto, perché il mondo è pieno di merda e di morti. Il libro fa venire la voglia di andare a teatro a vederlo e a sentire se il tono della voce dell’attore-autore, tocca il cuore e muta, come mutano le sensazioni del lettore che, non capisce, ma neanche si chiede, se sta leggendo una storia favolosa o una favola storica… Storia di uno scemo di guerra è la storia di un’emozione privata, intima, condivisa sul palco e fra le pagine, da leggere per poi vederla raccontata, ricordata e fantasticata da Ascanio Celestini, che a teatro, alla fine dello spettacolo, fa ascoltare la voce registrata del padre, scomparso nel 2003, Gaetano, per tutti gli scaramantici Nino, che riprende il racconto, raccontando la storia e la favola.
L. E.

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