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    Informazione e Comunicazione: le priorità dei riformisti    
       
    di Vincenzo M. Campo

Che in Italia non si sia assicurato un sistema dell’informazione equilibrato nell’era delle multipiattaforme e della convergenza digitale è ormai sotto l’occhio di tutti. Il sistema dell’informazione in Italia rischia di essere sempre più malato: dai megaspot elettorali del governo alle trasmissioni di “tendenza monopartisan”, dalle promozioni pubblicitarie vere e proprie sovvenzioni per alcune aziende private allo scarso pluralismo nel sistema tv, all’endemica fragilità degli altri settori dell’editoria a cominciare dalla carta stampata. Solo una nuova stagione di politiche innovative per tutto il settore dell’informazione e dell’editoria potrà tracciare misure efficaci per realizzare un nuovo sistema competitivo, tale da segnare il passo con le incongruenze promosse dal dicastero delle comunicazioni fin’ora.
Oggi è quanto mai necessario fissare i nodi dell’immediato futuro dei media nel nostro paese, così come individuare un sistema dell’informazione moderno, pluralista, più vicino alle esigenze dell’utente e del consumatore. La strada per arrivarci passa attraverso la costruzione dell’identità del servizio pubblico radiotelevisivo, politiche di sostegno allo sviluppo del digitale in tutte le sue filiere, una maggiore liberalizzazione delle grandi infrastrutture nel settore della telefonia fissa ed un ruolo più incisivo dell’industria dei contenuti nel settore delle telecomunicazioni.
In primis è però necessario l’arginamento dello strapotere delle televisioni, una delle cause della fragilità degli altri settori dell’editoria e cure per la carta stampata vittima di un’asfissia cronica a causa di lobby bipartisan ancora oggi poco rappresentative e poco incisive. Legislatore e autorità di garanzia poi sono chiamati a svolgere poi un ruolo attivo per dettare regole che sviluppino un mercato sano in una fase così tumultuosa come quella che sta vivendo il nostro paese. Oltre quindi ad una legge chiara sul conflitto di interessi, a nuovi limiti antitrust, al riequilibrio del mercato pubblicitario ed una riforma del sistema (visto che la legge Gasparri varata dalla recente legislatura ha dimostrato di non reggere a poco più di un anno dalla sua approvazione) serve al più presto una legge che stabilisca la incompatibilità tra cariche di governo e possesso a qualsiasi titolo di reti nazionali di comunicazione. Ecco, quindi, come oggi è necessario procedere da un lato aprire il mercato ad una maggiore concorrenza nel settore televisivo, superando il duopolio e reintroducendo delle politiche e delle nuove soglie anticoncentrazione, dall’altro, progettare un nuovo futuro della Rai che dovrà trasformarsi in una nuova Holding a maggioranza pubblica cui faranno capo società che svolgono il servizio pubblico ed altre che operano come aziende private e competono di fatto sul mercato. E’ arrivata l’ora di costruire almeno due società una che produce programmi da servizio pubblico finanziati dal canone e un’altra che produce programmi commerciali , con il contributo di azionisti privati, finanziati dalla pubblicità. Per i riformisti di centrosinistra la scommessa del futuro si traduce in una tv multipiattaforme governata da una Fondazione che metta un intercapedine tra la Rai e le fonti di nomina e controllo dei suoi assetti, e salvaguardi l’unitarietà del gruppo Rai, riformando altresì le dimensioni finanziarie della holding: sarà necessario infatti un servizio pubblico, che coinvolga i privati, ma che rafforzi in primis la sua storia fatta di competenze e professionalità. La Rai deve ridurre allo stesso tempo il contributo della pubblicità perché con un contributo così determinante è difficile avere una programmazione più da servizio pubblico.
Ma i riformisti non possono prescindere oggi da uno sviluppo del digitale che va sottratto oggi sempre di più dal rischio di monocultura imposta in Italia, con finanziamenti che l’Unione Europea sta valutando essere aiuti di Stato e con scadenze chiaramente irraggiungibili solo per risolvere un problema contingente per una delle tre reti Mediaset che doveva finire sul satellite.
Lo sviluppo del digitale è una cosa seria: il problema del legislatore e del regolatore dei mercati è evitare che questo sviluppo sia ritardato e impedito da fattori distorsivi, posizioni dominanti, concentrazioni. Perché, come dimostrano tanti casi quale quello della telefonia mobile, la competizione nel mercato alla fine va a vantaggio dell’utente e del consumatore mentre l’unica applicazione del digitale terrestre con qualche seguito è a pagamento dopo tante promesse di pluralismo gratis per tutti. Invertire la rotta in questo senso è più che dovuto alla cittadinanza digitale. Sono necessari nuovi canali per l’informazione: il passaggio di contenuti via internet è ormai una realtà. Il nostro paese sconta ancora una rallentamento dovuto alla mancanza di concorrenza che penalizza la maggior parte degli internet provider e ha impedito di fatto lo sviluppo di un’impresa digitale competitiva. Per uscirne servono delle politiche di sostegno allo sviluppo del digitale in tutte le sue filiere, digitale terrestre, digitale terrestre sui portatili, digitale satellitare, via cavo quindi anche tv via internet. Evidentemente sarà vincente solo una nuova “governance dell’informazione e della comunicazione” che sappia interaggire con la dinamicità del mercato, e reagire ai cambiamenti in corso nel settore dell’editoria, aprendo all’innovazione e trasformandosi sull’onda delle mutamenti culturali indotti dalla globalizzazione.


   

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